Umberto Galimberti a Schio – L’uomo nell’età della tecnica

di Matteo D’Agostino

In questo testo cercherò di riassumere il contenuto della conferenza tenuta da Umberto Galimberti

nella serata del 2 aprile 2009 presso il teatro Astra di Schio, intervenuto per il festival della “città-impresa” in programma in quei giorni nella cittadina vicentina.

A onor del vero va detto che Galimbetri, noto filosofo italiano, allievo di Jaspers e Severino (due capisaldi del pensiero filosofico contemporaneo) nonché insegnante di “Filosofia della storia” presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, non ha fatto altro che riassumere, in quell’occasione,

il senso del suo pensiero relativo alla situazione attuale dell’uomo occidentale.

In questo testo, di conseguenza, mi avvarrò della conoscenza

relativa al suo pensiero da me acquisita durante gli anni di studi universitari, quando ho avuto la fortuna di poter seguire giorno per giorno, per alcuni mesi, le sue straordinarie lezioni.

Allora cominciamo.

Oggi noi tutti siamo persuasi di vivere nella cosiddetta “società della tecnica”, espressione di uso comune, nonostante la complessità e la portata di questa affermazione resti per lo più oscura alle stesse persone che la utilizzano.

Pensiamo tutti di vivere in un’epoca in cui la scienza e la tecnologia hanno consentito all’uomo di progredire notevolmente rispetto ai nostri antenati (anche di non più di 70-80 anni fa) e di ottenere enormi benefici.

D’altra parte dovremmo chiederci se l’uomo, che per millenni ha vissuto in una dimensione tecnica decisamente ridotta rispetto a quella attuale, sia pronto ed abbia i mezzi intellettuali ed etici necessari per vivere in consapevolezza questa sua condizione esistenziale.

Innanzitutto dobbiamo capire che cosa si intenda correttamente con la parola “tecnica”.

La “tecnica”, ci spiega il nostro filosofo, non è altro che l’estremo livello raggiunto dalla razionalità umana, nel corso della sua evoluzione millenaria.

La razionalità (il tratto che sin dalla filosofia antica è stato intravisto come peculiarità umana rispetto al resto degli animali) non è che calcolo. Il calcolo che consente di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. La razionalità quindi è un sapere strumentale, nel senso che punta alla ricerca di strumenti sempre nuovi per ottenere determinate finalità.

La tecnica, a sua volta, consiste proprio nello sviluppo di strumenti, uno sviluppo puramente slegato da ogni passione e da ogni finalità, in quanto essa non insegue alcun fine, non ricerca alcuna verità, ma semplicemente “funziona”. In questo senso, essa è ancora più “razionale” della scienza economica, visto che non soffre nemmeno di quell’unica passione che ritroviamo nell’economia e cioè la passione per il denaro.

Perchè l’uomo ha sviluppato la tecnica?

Secondo Galimberti (e secondo una schiera di filosofi presenti e passati che non manca mai di citare nei suoi libri) la differenza essenziale dell’uomo rispetto alla’animale consiste nella carenza istintuale umana.

Mentre gli animali vivono ed agiscono in base ad istinti, cioè in base a risposte rigide agli stimoli, l’uomo non ha istinto. Lo capì bene lo stesso Freud che ad un certo punto smise di parlare, all’interno dei suoi lavori, di “istinti”, riguardo all’uomo, e cominciò a parlare piuttosto di “pulsioni”, cioè di risposte in-determinate agli stimoli.

Quindi, quella che a prima vista sembrerebbe essere la grandezza dell’uomo, rispetto agli altri animali, cioè la libertà, non è altro che la diretta conseguenza di una sua grave carenza rispetto agli animali stessi. Mentre infatti questi ultimi possiedono degli istinti che li guidano fin dai primi istanti in cui giungono al mondo, l’uomo si ritrova nella difficile situazione di non avere mai una risposta determinata a ciò che gli accade.

Tale condizione di carenza ha portato l’uomo, nel corso dei secoli, a sviluppare maggiormente l’unica facoltà che gli poteva garantire la sopravvivenza, nonostante la sua carenza biologica, cioè la razionalità, il calcolo dei mezzi necessari ad ottenere determinate finalità.

L’esempio di Galimberti è quello della fame, una sensazione che porta l’animale a cercare immediatamente nutrimento, mentre l’uomo è in grado di scegliere di non soddisfare subito questa esigenza, ma di rimandarne la soddisfazione per poter nel frattempo ottenere degli altri obiettivi, anche biologicamente meno importanti.

Se questa peculiarità dell’essere umano è ciò che più lo distingue dalle altre forme di vita conosciute, possiamo in un certo senso concluderne che l’essenza dell’uomo è un’essenza tecnica appunto. Nel momento in cui la prima scimmia utilizzò il suo primo strumento (ad esempio prese in mano un bastone per poter raggiungere una banana su di un albero), possiamo fissare le origini dell’uomo.

Ritornando a quando anticipato in precedenza spieghiamo ora quale sia il significato corretto dell’espressione “società della tecnica”, utilizzata, a ragione, per indicare la società occidentale attuale. Nell’epoca attuale si realizza in effetti quella che, con termine filosofico, viene chiamata “eterogenesi dei fini” che avviene allorquando, ciò che prima era considerato “mezzo”, diviene in seguito “fine”, mentre ciò che prima era fine, si riduce a sua volta in mezzo utilizzabile in vista del nuovo fine.

Ciò è avvenuto nell’età contemporanea per quanto attiene alla tecnica. Se infatti la tecnica è una dimensione che è sempre appartenuta al’universo umano dato che l’uomo, come abbiamo detto, è quell’animale che è in grado, molto più di tutti gli altri, di calcolare razionalmente i mezzi adatti ad ottenere i propri scopi umani, avviene oggi (e secondo Galimberti è già avvenuto) quel capovolgimento in base al quale non è più l’uomo a studiare gli strumenti utili a soddisfare le proprie finalità ed i propri bisogni, ma è la tecnica che è divenuta l’unico scopo.

La tecnica, pura razionalità strumentale priva di fini, quale unico scopo ed orizzonte di senso.

In tutto questo, chiediamoci ora come è mutato il rapporto dell’uomo con la natura, quel rapporto che tra l’altro condiziona notevolmente il “tipo” di conoscenza umana di ciascun periodo storico.

Facendo un salto indietro possiamo notare come, ai tempi della cosiddetta “società agricola”, la natura viene vista dall’uomo come esistente di per sé, indipendentemente dall’uomo, mentre gli elementi della natura sono i “mezzi di sussistenza” necessari alla vita.

Nel successivo passaggio alla “società industriale” moderna, la natura si trasforma da ente esistente di per sé, a puro strumento di lavoro nelle mani dell’uomo e della sua volontà. L’uomo non vede più se stesso e la sua esistenza come subordinata alla natura, ma, al contrario è la natura che viene subordinata completamente all’uomo.

Nella “società della tecnica” infine, anche la volontà umana è costretta a venir meno, di fronte ad un capovolgimento completo in base al quale l’aumento “quantitativo” della tecnica diventa di proporzioni tali da provocare un rivolgimento “qualitativo” del modello esistenziale, tale per cui non sono più le finalità umane a generare la ricerca di mezzi, ma sono i mezzi stessi a dispiegare tutti i possibili fini, non umani, ma a loro volta tecnici. In questa situazione possiamo concluderne che non solo la natura, ma con essa l’uomo stesso sono oramai completamente subordinati alla pura razionalità della tecnica.

Le finalità umane cedono il passo a quello che Galimberti chiama “l’assoluto tecnico” in cui il progresso tecnico replica all’infinito le sue sempre nuove finalità rendendole disponibili all’uomo in un percorso che porta la tecnica stessa a diventare da “mezzo assoluto” a “fine assoluto” per l’uomo.

La situazione attuale dell’uomo dunque è quello di un vivere in cui ogni istante diventa fine ultimo, ma insieme anche mezzo per un fine ulteriore, una situazione che cancella ogni “volontà umana” autentica, rendendo lacerante e vacua ogni “ricerca di senso” e costringendo l’uomo a trovare appagamento solamente nella tecnica.

Il completo venir meno della volontà umana non è che la pura soppressione dell’uomo che sempre più si rende manifesta nei giorni nostri.

Una soppressione che ovviamente non è eliminazione “fisica” dell’umanità, ma è la soppressione dell’uomo in quanto essere culturale, dell’uomo in quanto essere storico e dell’uomo in quanto essere morale. Un uomo che non c’è più, un uomo che, in quanto privo di volontà autonoma, sa sempre meno reagire alle ingiustizie, sempre meno rendersi parte attiva degli accadimenti storici e che si abbandona invece sempre di più alla “comodità disperante” di una vita piatta e predeterminata dall’alto, dall’anonimità del mercato, dell’economia, della politica.

La soppressione in base alla quale, ci ammonisce ancora Galimberti, l’unica domanda rimasta disponibile non è più “Che cosa possiamo fare noi con la tecnica?”, ma piuttosto “Che cosa la tecnica può fare di noi?”.